Errare è umano. Perseverare è diabolico.

Ora che la vita è andata avanti e gli iniziali obiettivi che ci eravamo fissati sono tutti raggiunti, che cosa ci aspetta fuori dalla finestra che abbiamo smesso di guardare per troppa paura? Fuori ci aspetterà l’orizzonte, lo skyline delle montagne, le gru rosse che stazioneranno per anni.

Non è possibile perdere altro tempo e allora corriamo, ci siamo affacciati e tutto è sembrato troppo grande, troppo esteso da poter conquistare. Allora abbiamo iniziato a correre, nella speranza di arraffare qualsiasi cosa, ma ad ogni tentativo le mani tornavano vuote mentre la voglia di eccedere cresceva.

Noi ci siamo chiesti mille volte quale fosse il segreto del successo, ma abbiamo avuto troppa paura della risposta, perciò ci siamo intristiti e abbiamo smesso di provare. Non era nella perseveranza la strada per la felicità? Il fatto è che noi non vogliamo essere veramente felici. Il fatto è che tutto ha acquisito l’odore dei mobili vecchi e negli animi sovrasta solo un senso di nostalgia.

La malinconia è un sentimento infettivo, che si propaga a macchia d’olio.

L'illustrazione è di Chema Madoz
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Se ti arrendi io mi arrendo

In Italia c’è questa strana cosa, uno strano piglio intestinale che ci spinge tutti egoisticamente a dire “meglio a te che a me” o viceversa, a seconda dei casi malevoli o positivi. Come se fossimo tutti costretti a combattere in una guerra rimpinzata di oppressori e padroni senza armi visibili.

Allora che facciamo?! Attendiamo fino all’orlo del precipizio per poi slanciarci con veemenza contro il nemico. Ma non prima di aver messo d’accordo tutti. Non prima di aver trovato finalmente la causa comune per cui arrischiare il nostro status quo.

Non ne vale la pena se il rischio non è equamente distribuito fra i presenti senza toccare me. Non è una buona causa se attivarsi non comporta un brillantino di visibilità. Che senso ha lottare se non si ha un pubblico che assiste e partecipa alla stessa causa?! L’esibizionismo come ideologia colonna, la cera essiccata di etiche spellate e ridotte a mero vessillo dei vigliacchi.

Annalisa Colasanto

L'immagine in evidenza è di Erin Cone