Apologia della psicosi

Settima parte. Un’alba blu. 

La luce arriva a poco a poco, si allarga e si restringe come una fiammella nella lanterna magica. Appaiono e poi scompaiono immagini confuse e stanche finchè qualcosa abbaglia e tutto finisce. 

L’ultimo tunnel prima della tappa finale era stato lunghissimo. Mi sembrava che il treno fosse deragliato nell’infinito spazio, che avesse perso la rotta, che si fosse impelagato in un buco nero dopo l’esplosione di una supernova. La nana bianca che brillava di fronte era un grosso diamante e dentro ogni cristallo specchiava una luce fredda e azzurrina. Là, dove il mare si arruffava in cavalloni spumosi, c’ero io a combattere contro il vento.
L’aria vagava a piccoli vortici attorno alla mia figura; tutt’attorno vecchi libri roteavano nell’aria e le pagine si strappavano e non tornavano alle rispettive storie, così che la trama era confusa e triste, vorticosa e senza fine. Ma io ero là a combattere silenziosa contro il vento, con gli occhi chiusi all’immaginazione, immersa  fino alle ginocchia dentro l’acqua gelida che mi spingeva addosso il mondo. Sassi sbattuti dalla corrente mi colpivano, ma io ero là, ferma. Mi guardavo disperdere le mie lacrime in tutto quel mare.

Tutto era blu.

Il treno mi aveva lasciato poco distante dalla spiaggia e già lo vedevo partire senza di me nel nero lontano. Mi aveva lasciato per ritrovare me stessa in tutto quel blu.
Intanto le trame si infittivano e formavano nubi nere e cariche di elettricità. Una giovane guerriera combatteva l’Ignoto a cavallo del suo drago lucente. In una mano reggeva il suo cuore d’acciaio e nell’altra il sapere dell’alchimia. Il Gattopardo moriva impiccato dalla Trinacria, zio Tom si sporgeva dalla sua capanna sorridendomi, un gatto sinuoso mi offriva del vino immerso nei fiori del male mentre Medea e Medusa affogavano i propri figli. I sentieri dei nidi di ragno si disfavano setosi al mio cammino e mi mostravano da vicino ciò che ero diventata. Mi immergevo piano, aspettando che l’acqua mi gelasse il sangue.  La guerriera dal cuore di acciaio si tuffò nella mia gola schizzandomi addosso le lacrime. Tutti gli altri e quelli che non ricordavo più la seguirono.
Mi presi la mano e aprimmo gli occhi.
Fu la luce.

Apologia della Psicosi

Sesta parte. Secondo Incontro
Fa più caldo in questa zona della mente dove i binari si fermano prima di interrompere il campo visivo di chi aspetta il calore.
Sono Palchioscenici agghindati di fari, teste mobili su americane ben salde per difendere chi, con quinte di specchi, combatte e poi cerca la luce.

Per quanto mi riguarda sto sempre qui in trincea a muovere guerra contro chi mi toglie la Luce. 
Certo potrei fermarmi a pensare al movente, all’attimo prima l’inizio della lunga battaglia alla ricerca delle riflessioni. Ma sono uno specchio, che vuoi che me ne importi: sarebbe da stupidi non riflettermi/ti.
Ma l’inerzia si alterna a momenti di frenesia, sicchè sarebbe da stupidi non muoversi/ci.
I corpi si avvinghiano e cadono colpiti da se stessi; i corpi si divincolano e cedono alla luce. Mi mancano tutti quelli che finisco per odiare.

Ma ormai è troppo tempo che non ho coscienza di me. Io che cerco la luce, io che fra i combattenti sono oplita senza calzari.